“L’improvvisazione è l’arte più scientifica che esista. Perché in verità l’improvvisazione è soltanto metà della storia: l’altra metà è che bisogna avere la macchina dentro. Devi acquisire moduli infiniti di svolgimento, devi impararli, come un suonatore di jazz che sa di dover rientrare alla sedicesima battuta, e ne ha sedici a disposizione per fare le varianti. Tutte le consonanti del canto lui le ha dentro, e va insieme al battere e al levare”.
(Piergiorgio Odifreddi, Dario Fo, «La Repubblica», 17 aprile 2002)

‘Improvvisare’ deriva dal latino improvisus (in=non, provideo=vedere in anticipo), ‘ciò che non può essere visto prima’. Nel suo significato letterale indica un’azione immediata e non pianificabile.
In campo artistico è, invece, il risultato di una profonda conoscenza degli strumenti espressivi, che consente un’immediata risposta registica all’ascolto delle suggestioni ambientali. Vista in questa chiave, l’improvvisazione è legata alla sinestesia, cioè la capacità attivare un determinato senso attraverso un impulso sensoriale differente: “Sentire il suono dei colori, l’odore delle parole, il sapore delle forme”. Questa rara attitudine permette di sublimare la realtà in forma astratta: alcuni musicisti, come faceva Duke Ellington, per esempio, sostengono di trasformare in musica ciò che vedono.
Allo stesso modo, alcuni pittori hanno rappresentato la musica: è così che Kandinsky ha ‘inventato’ la pittura astratta. Suggestionato dalla musica di Richard Wagner e di Arnold Schönberg, sperimenta un nuovo linguaggio che dia forma visiva alle note. Utilizzando un vocabolario tipico dei musicisti, intitola le proprie opere Impressioni, Composizioni, Improvvisazioni: a ciascun colore corrisponde uno strumento, alle differenti geometrie ritmi e tonalità.
Così come Kandinskij, altri artisti contemporanei sono stati ispirati dalla musica, soprattutto dalla libertà di quella jazz.
Nel 1947, Henry Matisse pubblica un lavoro sperimentale che intitola Jazz, influenzato dalle performance dei jazzisti che, in quegli anni, avevano invaso le caves di Saint-Germain-de-prés, a Parigi. Il pittore esplicita l’influenza che questo genere musicale ha avuto sul suo lavoro affermando che:

“Non basta mettere i colori, anche se bellissimi, gli uni accanto agli altri, i colori devono reagire gli uni con gli altri. Altrimenti è cacofonia. Il jazz, invece, è ritmo e significato”.

Piet Mondrian, entusiasmato dal boogie woogie newyorkese, ne geometrizza ritmi e atmosfere nella sua tarda produzione.
È tuttavia Jackson Pollock, attraverso la sua tecnica di action painting, che meglio incarna le ‘studiate’ improvvisazioni del jazz, immancabile sottofondo musicale nel suo atelier.
Ed è per questo motivo che la sua opera White Light viene scelta da Ornette Coleman come copertina dell’album Free Jazz, del 1962 (immagine in alto).

FONTI:
Emanuela Verdone, Improvvisare. Nell’arte contemporanea, nella scienza e nella vita quotidiana
Carlo Affigato, Sinestesia e arte: quando Kandinsky dipinse la musica di un concerto
Manuel Santangelo, Come la musica ha aiutato artisti come Matisse e Kandinsky
Maria Pia Spataro, Jackson Pollock

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